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Seconda generazione di Biocarburanti

Dalle alghe il nuovo biocarburante

Biocarburante.

“Quando si parla di biocarburanti c’è il rischio di ribaltare la realtà, sostenendo che le colture utilizzate a tale scopo sottraggano risorse al settore alimentare” Lo sostiene Franco Cotana, direttore del Crb, Centro nazionale di ricerca sulle biomasse dell’università di Perugia, ordinario di Fisica tecnica industriale alla facoltà di Ingegneria: “Si tende a confondere  - spiega - i biocarburanti di prima generazione, che a ragione sono criticabili in quanto è calcolato che il rendimento ottenuto non è sufficiente a considerarli convenienti, con i biocarburanti di seconda generazione che invece rendono molto di più, determinando effetti positivi sia a livello economico che ambientale”. A voler sgombrare il campo da equivoci occorre “smentire l’equazione: biocarburanti, uguale fame, che vorrebbe imputare alle colture dedicate alle biomasse la responsabilità di affamare il mondo. E’ successo – aggiunge Cotana – alla recente conferenza della Fao a Roma, come hanno riportato autorevoli media. Occorre informare correttamente, distinguendo i biocarburanti di prima generazione che sono il bioetanolo ricavato dai cereali ed il biodiesel da olii vegetali, da quelli di seconda generazione che invece sono ricavati soltanto dalla filiera ligno – cellulosica, utilizzando potature, scarti legnosi o forestali e colture su terreni marginali e abbandonati”. Quindi la scommessa: “Se sostenuti da una opportuna pianificazione nazionale – dichiara Cotana - con i biocarburanti di seconda generazione, nell’arco di una decina d’anni, l’Italia potrebbe produrre dal 30 al 50 percento del fabbisogno per il trasporto su gomma, sostituendo la benzina ed il diesel di provenienza fossile con biodiesel e bioetanolo  ottenuti dalla filiera ligno cellulosica, con una forte competizione sul prezzo”. Questo piano ambizioso proposto per il Documento propedeutico al piano nazionale dei biocarburanti e delle biomasse agroforestali per uso energetico, del Ministero delle politiche agricole “può determinare una produzione  – secondo i dati del Crb – di circa 17 milioni di tonnellate l’anno di biocarburanti, attraverso un investimento nazionale pari a circa 500 milioni di eruo, per la realizzazione di 35 impianti, con tempi di ammortamento dei costi degli impianti di circa 5 anni”. A dimostrazione del fatto che “non si tratta di fantascienza – spiega Cotana – si può prendere ad esempio il modello di Freiberg, una cittadina vicino Dresda, ovvero il primo impianto di biodiesel al mondo che produce 18 milioni di litri l’anno di biodiesel ed è costato 70 milioni di euro”. Come è possibile in Italia? “Basterebbe coltivare i circa 3 milioni di ettari di terreni abbandonati e riconvertire i poli industriali chimici”. Insomma recuperando la paglia, le ramaglie, il cippato di legno e colture come la robinia pseudoacacia, una pianta infestante, potature e residui della lavorazione del legno, secondo il Crb, si otterrebbero più risultati: “Carburanti a prezzi competitivi (il biocarburante di seconda generazione si potrebbe vendere ad 1 euro al litro), bassi costi e poco dispendio di energia per la produzione,  nessuna competizione con la filiera alimentare, nessuna riduzione di terreni destinati all’agricoltura tradizionale, efficienza di una filiera tutta nazionale e rispetto ambientale”. “In effetti questo tipo di carburante – sostiene Cotana -  è di altissima qualità poiché non contenendo glicerine non produce polveri sottili. Vale a dire che un motore che lo utilizza passa automaticamente da euro 2 ad euro 5, quanto ad emissioni in atmosfera. Questi rendimenti li calcoliamo attraverso il sistema del ‘Life cycle assesement’, che ci permette di capire quanto è il rendimento di una tipologia di combustibile qualora si spendesse una unità di energia per produrlo. Ad esempio – continua – con il bioetanolo da mais spendo 1 unita di energia e ne ottengo 1,25. Viene da se che risulta poco conveniente, poiché il rendimento è pari a 0,25. Invece con il bioetanolo e biodiesel di seconda generazione, ovvero quello ottenuto dalla filiera ligno – cellulosica se spendo 1 unità di energia per produrli, ottengo un risultato pari a 3,5,  un netto di 2,5 di resa energetica”. I paesi come il Giappone, il Canada, la Spagna e la Germania che si sono avvantaggiati sugli investimenti, ci insegnano che “da un ettaro di set aside, - sottolinea il direttore del Crb -  senza irrigare e concimare, dopo soli due o tre anni di avviamento, si possono produrre 10 tonnellate l’anno di biomasse secca, capaci di produrre 3 tonnellate di biodiesel l’anno di seconda generazione. Auspico – conclude Cotana – che il ministero delle Politiche agricole che insieme al ministro Scaiola è stato destinatario della mia ricerca – recepisca le nostre indicazioni”

nota tratta dal web